Il sentiero degli dei

di Robespierre Capponi

In quell’inizio di primavera un po’ stramba, il nostro obiettivo era quello di arrivare a Firenze, cioè di fare più o meno centotrenta chilometri in quattro giorni, avventurandoci lungo la via politeista che unisce Bologna a Firenze, ovvero il sentiero degli dei. Con lo zaino in spalla, e la necessità di liberarci dai patemi di una quotidianità pandemica fatta di zone a colori e insulsi divieti, ci incamminammo di buon’ora verso la Basilica di San Luca, dove per arrivarci si percorre il portico più lungo al mondo, tutto, o quasi, in salita.

Dopo aver lasciato il parco della Chiusa, ci capitò la fortuna di non incontrare anima viva fino a Monzuno, dove si concludeva la nostra prima tappa. Sarà stato per via di quella buona sorte, di quel silenzio eloquente accompagnatore del nostro cammino, che ci prese come una vaga sensazione d’incontrarli per davvero gli dèi, e forse sarebbe potuto anche accadere se solo non avessimo avuto con noi dei sensi così grossolani. Infatti, quando ci capitava di passare in mezzo a un’abetaia, mentre che eravamo concentrati nel buttare avanti uno dopo l’altro i nostri passi, avevamo come la sensazione che sopra la nostra testa stesse succedendo qualcosa di molto importante, avvertivamo un certo misterioso convegno tra il fruscio delle foglie, il cinguettio degli uccelli e il soffio del vento. Ma cos’è che aveva da dirsi di così importante la combriccola dell’abetaia? No, i nostri organi di senso non sono uno strumento sufficientemente sensibile per rispondere a questa domanda. Allora è forse per questa impossibilità di capire i linguaggi della natura che abbiamo deciso di prosciugare ruscelli e fiumi, e di sventrare montagne e abbattere alberi?
Il fatto è che questa perplessità avrebbe meritato senz’altro una sosta di qualche minuto per rifletterci un po’ su, se solo l’ingegner «A» ci avesse lasciato il tempo di farlo. L’ingegnere, la guida del nostro gruppo, possedeva una certa frenesia tipica di certi sportivi, quella di portare a termine la missione in un preciso arco di tempo. Il tempo dell’orologio.

Avanzavamo in fila indiana, l’ingegner «A» guidava il gruppo con il suo passo deciso e costante. Noialtri, cioè io e «B», lo seguivamo con molta determinazione. «B» si era portato appresso i batacchi da passeggio, quelli che vendono nei negozi di articoli sportivi specializzati nel trekking, e per fortuna ne aveva dato un paio anche a me che chiudevo la fila e mi chiamo «C».
«A» ci trascinava lungo i sentieri, c’incoraggiava, a volte ci ammoniva a non perder tempo con certe filosofiche stupidaggini spronandoci al pragma, alla concretezza, al compartimento stagno: eravamo lì per un obiettivo, e per nessuna ragione al mondo ci saremmo fatti distrarre dal subdolo e galattico interpensiero. Bisognava arrivare alla meta senza star lì troppo a fantasticare su ciò che non può essere né attuato né decodificato. Come per esempio la molecola vagabonda che vagava nell’aria e, per caso e controvoglia, visitava sovente il mio naso per comunicarmi chissaché.
La salitaccia di monte Adone metteva a dura prova i nostri muscoli, l’ingegnere però sembrava non soffrire le pendenze, gli strappi della salita, il fiato grosso. Io e «B», invece, arrancavamo, e nel frattempo imparavamo sul campo che cosa concretamente significasse rompere il fiato. Arrivati finalmente in cima bevemmo un meritato sorso d’acqua mentre l’aria pizzicava senza pietà le nostre schiene piene di sudore e nel contempo le cellule, prigioniere dell’acido lattico, ci comunicavano impazienti la loro pazza voglia di ossigeno.
Incapaci di recepire sia il linguaggio delle cellule che quello della natura, buttammo arditi gli occhi attorno a noi, la vista della vallata mozzava il fiato. Respirammo a pieni polmoni. Poi ci voltammo in direzione delle nostre spalle, cioè dietro di noi, e proprio in quel momento ci accorgemmo, pressoché allibiti, di aver percorso «TUT-TA QUEL-LA STRA-DA!».
Questo fatto produsse nei nostri corpi un sentimento mai provato prima. La vista di tutto quel segmento di strada percorso, installava nei nostri cuori una chiara sensazione di soddisfazione, di appagamento, di piacevolezza, ma allo stesso tempo di stranezza, poiché non era affatto consueto guardarsi indietro e provare piacere. Quella gagliarda sensazione era moltissimo differente da quel tipico umor freddo e nero di quando si guarda al proprio passato, a certi istanti andati via per sempre, quella sensazione non aveva nulla a che fare con quei tipici rimpianti per aver scelto quel sentiero piuttosto che quell’altro; in mezzo a quelle catene di montagne, la strada percorsa era fonte di inaspettato piacere, di ambizioni, di cari passati, presenti e futuri.
Speranzosi, ci rimettemmo in cammino non prima di aver bestemmiato contro la società dei preti, e la loro inaccettabile smania nel voler a tutti i costi piazzare il proprio simbolo dappertutto, persino sulla cima del monte Adone, dando per scontato che il crocifisso appartenga a tutti. È di tutti, semmai, il diritto al panorama, alla bellezza, alla felicità; e, perché no, ad averci un passato senza rimpianti.

L’albergatore di Monzuno ci accolse con una doccia, un letto e delle squisite tagliatelle al ragù. Quando indolenziti, ma pieni d’immagini e pensieri inconsueti, ci ritirammo nelle nostre stanze, incominciai a leggere «Il sentiero degli dei» di Wu Ming 2, fino a quando non mi prese il sonno, un sonno bello: senza confini, pieno di sogni.

To be continued (forse)…

Helgoland

di Giovanni Di Prizito

‹‹Come si può crederci? È come se non esistesse…la realtà…››

Erano più o meno le sette del mattino quando ho ficcato il naso tra le pagine di Helgoland, ultima fatica letteraria di Carlo Rovelli, edito per i tipi di Adelphi. Mi trovavo, come di consueto, a bordo del regionale veloce diretto a Modena. Fuori un sottile strato di nebbia e la Pianura a perdita d’occhio, dentro qualche sbadiglio e un paio di cellulari già connessi. In sottofondo il rumore metallico e stridente del treno che cambia binario.

Estate 1925. Helgoland. Werner Heisenberg è arrampicato su una roccia a picco sul Mare del Nord, aspetta il sorgere del sole e intanto guarda la vastità delle onde, consapevole di aver visto per primo qualcosa che rivoluzionerà la visione della Natura. Del mondo.

Inizio Novecento. L’idea dominante è che alla radice di tutte le variopinte forme della realtà ci siano particelle di materia guidate da determinate forze. Niels Bohr, sulle proprietà degli elementi chimici, non ha dubbi, certo che in ogni atomo gli elettroni orbitino ‹‹su certe precise orbite, a certe precise distanze dal nucleo, con certe precise energie››.

Il giovane Werner, ventitré anni e tanta curiosità, qualche dubbio lo ha, meno certo di una realtà fatta di particelle che si muovono lungo traiettorie definite. La sua idea non prevede definizione, la sua idea prevede oggetti lontani connessi tra loro. Connessi come? ‹‹Non più materia, ma onde di probabilità›› mi disse fin da subito, alla prima fermata, Anzola dell’Emilia. ‹‹In che senso?›› replicai con slancio verdoniano guardando la Pianura.

‹‹Vecchio Professore, cambi il modo di pensare l’elettrone›› asserì invitandomi a seguirlo, ‹‹rinunci all’idea che sia un oggetto che si muove lungo una traiettoria, provi a descrivere solo ciò che osserva dall’esterno›› continuò consigliandomi di basarmi solo su quello che vedo, e non su quello che penso debba esistere. Io però continuavo a non capire. ‹‹Rifletta›› esclamò, ‹‹le particelle come gli elettroni possono essere in realtà delle onde, come le onde del mare›› aggiunse, ‹‹ecco, pensi all’elettrone come un’onda che corre. Mi sta seguendo?››

Francamente, l’idea di sostituire un mondo di materia con un mondo di onde mi spaventava, e poi non capivo come fosse materialmente possibile. Questo significava fluttuare? In un certo senso galleggiare? Ondeggiare da una parte all’altra? Oppure essere tutti mescolati? O ancora non essere mai fermi? Cosa voleva comunicarmi? Di cosa esattamente mi stava parlando il giovane Werner?  Fermata dopo fermata le domande, e quindi i dubbi, aumentavano, facendomi sentire da un lato abbarbicato sulla roccia vicino a lui, dall’altro consapevole dell’immensa vastità della mia ignoranza. ‹‹Lei non veda il mondo fisico come un insieme di oggetti con proprietà definite, lo veda come una rete di relazioni di cui gli oggetti sono i nodi e dove, se l’elettrone non sta interagendo, non ha proprietà›› proseguì.

La luce del primo mattino rischiarava la Pianura, lo strato di nebbia era scomparso e il rumore del treno era sovrastato da quello dei cellulari. I pendolari erano pronti a lavorare, come tutti i santi giorni, gli studenti a tornare a scuola. Finalmente. Io ero confuso, pensavo e ripensavo alle osservazioni, alle probabilità, alle relazioni tra le particelle, alle orbite degli elettroni, alle certezze mai certe, alle onde del mare e al fatto che ogni cosa, coerentemente con il pensiero quantistico, a pensarci bene non è che ciò che si rispecchia in altre. Mi sentivo come in uno stato di mescolamento con il cosmo, galleggiavo da un punto all’altro del vagone e non capivo più dove mi trovavo, se a Helgoland sul faraglione o a Modena al binario uno. Werner e io guardavamo le onde, il sole era ormai sorto e il cielo era un abisso denso e bianco che all’orizzonte si scioglieva nel Mare del Nord. E una cosa, almeno una, mi fu chiara. A non farsi domande non si impara niente.

Heartland – Al cuore della povertà nel Paese più ricco del mondo

di Alessandra Banfi

‹‹ Molti degli adulti che mi hanno cresciuta si ritenevano marcie lo so perché spesso trattavano anche me come tale. La più grande fortuna della mia vita è stata sapere che si sbagliavano.››

Campi infiniti, magliette bagnate di sudore, terra rossa infilata sotto le unghie. Una roulotte parcheggiata a bordo strada tra la polvere e il nulla. Il cielo che scurisce all’improvviso, il vento che graffia la faccia, i tornado che travolgono la terra e la vita delle persone.
È qui che Arnie compra una fattoria negli anni Cinquanta, a trenta miglia a ovest di Wichita, nel Kansas meridionale.
È qui che Betty e sua figlia Jeannie si trasferiscono anni dopo, quando il primo matrimonio di Arnie è già finito. Quando Betty, abituata a una vita di spostamenti e traslochi, decide di fermarsi e sposare quell’uomo più grande di lei che trascorre le giornate e le stagioni seminando, curando i terreni e raccogliendo il grano.
Alla fattoria si lavora duro, ma Betty e Jeannie sono abituate ai sacrifici. Tutti lo sono, nel paniere del mondo.
Ed è qui che nasce Sarah, la nipote di Betty, nel 1980.

Il signor Cheatham alza lo sguardo dal libro e cerca la propria immagine nella specchiera che ricopre la parete di fronte. La trova. Strizza le palpebre per osservarla meglio.
Un vecchio in camicia di cotone e pantaloni chiari. Il bastone da passeggio accanto alla sedia. La testa lucida e calva, i baffi ormai completamente bianchi. Possibile sia già passato tanto tempo?
Il profumo di vernice fresca impregna l’aria della stanza, si mescola a quello dei libri, gli irrita un po’ la gola. Per questo ha già dato diversi colpi di tosse e per questo il libraio gli ha portato un bicchiere d’acqua. Lì ormai è di casa. Lo è da trent’anni. Lo è da quando la libreria ha alzato la serranda per la prima volta. All’epoca era un maestro con le guance sempre arrossate e i baffi grigi che lo facevano assomigliare a un tricheco. Un maestro che si dava da fare, può dirlo con orgoglio, e che aveva arredato il seminterrato della scuola elementare con banchi e seggiole, qualche opera d’arte, un soppalco per la lettura, un piccolo palcoscenico, un pianoforte. Era in quelle stanze dal pavimento di cemento che nei pomeriggi degli anni Ottanta dava lezioni di matematica a un gruppo di studentesse e di studenti “speciali”. Insegnava le costellazioni, proponeva copioni da recitare, invitava i bambini a redigere una rivista. Si trattava di un “corso per i più dotati”. Un corso a cui anche la piccola Sarah aveva partecipato.
Il signor Cheatham tossisce di nuovo. Ricorda bene Sarah Smarsh.
Una bambina esile. I capelli biondi, i movimenti agili, la pelle abbronzata dal lavoro nei campi. Le mani di una lavoratrice e la testa brillante, curiosa.

Sarah Smarsh, ripete tra sé il signor Cheatham.
Era stato proprio lui a inviare un racconto di Sarah a una rivista per bambini. Perché lui l’aveva capito subito che quella ragazzina aveva del talento. E il racconto era stato pubblicato. Il primo successo di Sarah: il primo tentativo di smarcarsi dallo stereotipo che la marchiava. La bambina povera e senza risorse appartenente a una famiglia dell’America rurale. Una famiglia disfunzionale e piena di combina-guai.
Il signor Cheatham infila il segnalibro tra le ultime pagine di Heartland. Vuole gustarsi la storia senza correre. Preferisce centellinare la lettura, rimandare il finale al giorno dopo. Chiude il libro, tamburella le punte delle dita sulla copertina. Ancora non riesce a crederci. Ancora non riesce a masticare l’emozione d’avere tra le mani il libro della sua studentessa. E in quel libro c’è anche qualcosa che lo riguarda. Qualcosa che parla di lui. Ricordi, frammenti di passato, pomeriggi passati a inventare storie e giochi di parole tra i muri di una scuola.
Il signor Cheatham si alza con movimenti lenti, afferra il bastone e si incammina verso l’uscita. Il libraio lo saluta, gli apre la porta, si ferma con lui sull’uscio a osservare il cielo.
C’è un’aria umida, un profumo di pioggia in arrivo, uno spesso strato di nuvole che nasconde la luce e riempie di ombre la strada.
Il signor Cheatham pensa alla fattoria di Arnie, ai campi di grano maturo e al vento che li frusta, rischiando di rovinarli. Pensa alla prima casa di Sarah: una baracca rossa nella prateria. Pensa alla vita di Sarah adesso e a un tratto gli viene voglia di correre anche se ha le gambe malferme. Le prime gocce di goccia gli bagnano la faccia. Per fortuna abita lì vicino e non rischia di beccarsi l’acquazzone in testa. Per fortuna ha voglia di ridere anche sotto il cielo scuro del Kansas.


Ohio

di Alessandra Banfi

‹‹Per ora sappiate che è successo qualcosa.››

Dimentico subito questo consiglio. Lo dimentico in modo ingenuo, perdendo la rotta tra i gesti del ragazzo che incontro nel primo capitolo, Bill, fulminato dall’acido e reduce da quattordici ore di viaggio in auto.
Da bordo pagina lo osservo a bordo strada. È rimasto a piedi. Il suo pick-up sgangherato ha il serbatoio vuoto e la stazione di servizio più vicina è a tre chilometri da lì. Bill è appena tornato nel posto in cui è nato. Un marasma di ricordi si ingarbuglia alle allucinazioni che portano a spasso il suo cervello verso squarci di universo sconosciuti. Bill impreca, ride e si dispera. Lo seguo incuriosita e mi distraggo. Per questo mi dimentico che è successo qualcosa. Per questo, anche se Bill ha un appuntamento con non so chi e un pacco di non so cosa da consegnare, io comincio a credere che forse il nocciolo del discorso sia questo. Il ricordo. Uno spazio sigillato nel quale nascondere quello che ti pare. Un posto in cui sentirsi al sicuro. O una macchia sbiadita, mai del tutto scomparsa, capace di rovinare per sempre il tuo abito preferito.
Non è difficile immedesimarsi e incrociare vecchi amici segnati dalle intemperie della vita, ma avverto lo stesso un po’ di ruvido sulla pelle. Non sono mai troppo felice quando incontro qualcuno con cui ho tagliato i ponti. La distanza creata con coscienza è un affare così delicato che basta un niente per rovinare l’abitudine ad un’assenza.
Poi, a un tratto, seduta ad ascoltare le chiacchiere stiracchiate tra un uomo a cui è rimasto un solo occhio buono e una donna che non ha mai smesso di pensare a lui, realizzo che oltre alla questione dei ricordi c’è dell’altro. Ritorno a quel consiglio. È successo qualcosa. Mi guardo attorno per chiarire la situazione. Come posso esserci cascata? Scuoto i ricordi e allontano la nostalgia che mi ha fatto prendere la strada sbagliata. Ora sembra tutto così viscido e pericoloso. Annaspo tra i dettagli, mi infilo tra le ombre di un passato che non mi appartiene e che tuttavia ha il potere di risucchiarmi per svelare la sua verità. Una verità che si contorce insieme al mio stomaco. La provincia americana diventa così vicina e racconta un male dai contorni sfumati nel quale i ruoli di vittima e carnefice si mescolano fino a confondersi. Preferirei non sapere e non vedere, ma non posso – non voglio – chiudere gli occhi e spegnere la testa, così ascolto, osservo. Quello che è successo mi fa un male cane. Leggo in apnea. Capisco solo adesso. Arrivano il buio, il silenzio. Ho i muscoli indolenziti. Provo un dispiacere che si avvicina all’angoscia, ma c’è spazio per l’ultimo incontro. Per l’ultimo flusso di parole sotto un temporale che inonda la città scrosciando fiotti di pioggia. Cerco di riprendermi. Vorrei tanto avvicinarmi per dire a S: “Ehi, ha pensato a te. In quel momento là, ha proprio pensato a te”. Ma io sono qui e lei non può sentirmi.
Arriva la fine. Chiudo il libro piano piano per non fare del male a S.
S. che ha sfiorato la verità e un giorno, ne sono sicura, riuscirà a ricomporre i frammenti di ciò che è stato.

Ciao Vita

di Giovanni Di Prizito

‹‹I sudamericani hanno un modo per definire quelli che vivono alla giornata, come facevamo noi a quei tempi. Li chiamano despreocupados de la vida.››

Non più tardi di venti giorni fa l’esito negativo di un tampone mi ha messo addosso una certa dose di ottimismo verso la vita. C’era il sole e Bologna era particolarmente bella. Malgrado le automobili, i rumori, l’asfalto e il tanfo ripugnante dei gas di scarico; malgrado la mascherina. Così, uscito dalla farmacia Zarri, mi sono fiondato nella libreria. Piazza Galvani numero Uno.

Acquistato Ciao Vita di Giampiero Rigosi, ho pedalato fino a Villa Ghigi, mi sono buttato sull’erba e ho guardato il cielo. Era più grande del solito. Tutt’intorno invece non c’era nessuno, vuoi la pandemia, vuoi la virologia, vuoi l’aracnofobia, vuoi le formiche dentro ai pantaloni. Solitario, come un cane sciolto, fiutavo la primavera e l’odore delle pagine ancora ignote. Poi, senza troppi indugi, Sergio e Vitaliano hanno preso a raccontarmi le loro storie; il primo ‹‹si diceva rivoluzionario ma in effetti era riformista››, il secondo sciorinava ‹‹il suo anarchismo istintivo.›› Sergio mi raccontava di quando, a Colle Oppio, si aggirava tra gli spacciatori cercando di procurarsene almeno dieci, quindici grammi, pensando che forse avrebbe fatto meglio ad andare al Pigneto o a Tor Bella Monaca. Io allora, a leggere certi nomi, ho chiuso gli occhi e sono tornato a quando, quindici anni addietro, sopra a quel colle ci passavo tutti i giorni.

Insieme a Claudio, Riccardo, Katia, Andrea, Eleonora, Stefania, Chiara, Luca, Simone, Nicola, Mara, Teo, Paolo, Thomas, Fabio, Marco, Silvia, Giuliano, Martina, Alessio e Valerio. A parlare di derivate, integrali, formule fisiche e sessioni di esami, con la leggerezza di chi vive alla giornata e si preoccupa dei voti. Insieme a Roma, ‹‹mignotta, ipocrita, corruttrice, eppure magnifica.››

Fermo, li scruto. Paolo e Stefania se la ridono, Claudio bullizza Riccardo, Teo abbraccia Mara, Silvia e Andrea giocano a tressette, Valerio e Nicola pensano all’Erasmus, Alessio ascolta Eleonora, mentre Katia mi guarda e sorride. Poi mi faccio da parte, torno al motorino, metto in moto e comincio a zigzagare tra le auto incagliate nel traffico. Costeggio l’Università, percorro Via delle Sette Sale, sbuco in Largo Brancaccio e mi ritrovo in Via Merulana, quella del pasticciaccio. Mi fermo, leggo la targa – Al civico 219 in origine ingresso di questo palazzo Carlo Emilio Gadda ambienta le drammatiche vicende del romanzo – e vado avanti. L’aria è ‹‹satura di anidride solforosa, diossido di azoto, piombo, benzene, monossido di carbonio.›› Roma è bellissima.

Sdraiato sull’erba, sotto un sole che non faceva che dire ecchime!, Sergio e Vitaliano continuavano a raccontarmi le storie. Quelle del settembre 1977, quando si aggiravano per le strade di Bologna ‹‹frastornati da tutti quei ragazzi che ridevano, fumavano spinelli, gridavano slogan, bevevano, suonavano, ballavano, si baciavano, discutevano su possibili forme di ribellione›› e quando ‹‹Piazza VIII agosto, allo spettacolo conclusivo di Dario Fo, era stipata di persone›› e ‹‹l’aria sapeva di hashish, patchouli e sudore.›› Sergio e Vitaliano, in un vortice di emotività e malinconia, mi parlavano di promesse e tradimenti. E io ricordavo tutto.

Pagina contro pagina non facevo che pensare e ripensare a tutte le possibili vite, a quelle mai vissute e a quelle rimaste sospese tra un confinamento e l’altro. Sergio era convinto che il vero problema non fosse il passato reale, ma quello possibile, e che ‹‹ognuno ha un momento a cui vorrebbe tornare, per rivivere dei momenti felici o prendere decisioni diverse.›› Il vero problema, mi disse mentre pensavo e ripensavo a quei momenti lì, è che ‹‹per me, come per tutti, non è possibile››.

Storia di Shuggie Bain

di Alessandra Banfi

‹‹Promettiamo di essere nuovi di zecca. Promettiamo di essere semplicemente normali.››

Non mi sono affezionata subito, per intenderci. Anzi, all’inizio ho provato un insistente prurito alle mani. C’era puzza di pregiudizio nella mia testa, era chiaro, o forse era solo una specie di autodifesa contro quello che stavo leggendo e che mi faceva ripetere vabbè, a me non potrebbe mai capitare di cadere così in basso.
L’idea che io – in quella casa, tra quelle persone – avrei fatto la differenza, e in meglio.
Me ne sono vergognata, all’istante. Ho preso il pregiudizio e l’ho schiacciato in fondo alla tasca dei jeans. Ho sospeso qualsiasi commento, ho tolto le scarpe e sono entrata in punta di piedi in questa famiglia malconcia, assorbendo quello che c’era da assorbire, senza pensarci troppo.
Non ho del tutto accettato la scelta di Catherine, ma ho ascoltato i silenzi di Leek, compreso le migliori intenzioni-illusioni di Shuggie e osservato Agnes con la speranza che per lei – per tutti – qualcosa di buono potesse arrivare, prima o poi.
Basta poco per farsi del male, basta un niente. Magari è solo stanchezza. Molli la presa, ti siedi, resti a guardare la vita che va a rotoli ed è fatta. Potrei farlo anch’io. Potrebbe farlo chiunque. Quante volte ci sono andata vicina. Quante ne verranno ancora.
È stata un’immersione lenta. Prima la rabbia, la stizza. Poi un sospiro, la voglia di mettersi in ascolto. La speranza. Piccola, minuscola, trasparente, tutta tesa a trovare un po’ di pace. Pagina dopo pagina, le sconfitte, i ritorni, i tentativi, le legnate, le parentesi sottili di quasi-felicità. Poi ho capito. O almeno, credo di aver capito. Questa Agnes – la faccia che ricorda quella di Liz Taylor, i collant strappati, le notti alcoliche, il cappotto buono e la testa alta – mi ricorda la normalità. Una normalità che fa male e non fa miracoli, ma irrigidisce i ruoli, definisce la trama e ti chiude in un copione dal quale non puoi fuggire. La normalità di tanti, di troppi. Poi cala il sipario e non c’è niente per cui sorridere. Restano le ombre delle cose che potevano essere e che non sono state. I brandelli di una vita fatta a pezzi. Bisogna farci i conti e incassare il colpo. È così che mi ritrovo a fare la lista delle cose buone. Voglio ripescare un po’ di speranza. Per me, per chi è scappato, per chi ha osservato a distanza. Per chi, come Shuggie, ha deciso di restare.
Un’amica conosciuta per caso in un pomeriggio partito storto.
Un fratello che rimane, malgrado tutto, una persona sulla quale poter contare.
Una sorella lontana che forse sta costruendo una vita normale.
Una piroetta fatta sui tacchi di un paio di scarpe tirate a lucido.

Parlarne tra amici

di Sara Maria Morganti

«Con lei non avevo la sensazione, come invece avevo con tanti altri, che mentre parlavo stesse solo preparando la prossima cosa da dire.»

Siamo amiche da più di dieci anni. Ci siamo conosciute il primo anno di università e non ci siamo più mollate. Abbiamo viaggiato, abbiamo vissuto lontane, ma adesso siamo a cena insieme. È una cena strana, perché inizia alle 19 e sappiamo che durerà poco, per colpa del coprifuoco. Proviamo la sensazione che ci stiano mutilando il tempo, però facciamo finta di niente.

Siamo noi due, ma stasera siamo quattro. Le due persone che sono con noi non si conoscono bene. Ho l’impressione che “le fidanzate” sappiano meglio come comportarsi in queste situazioni rispetto a “i fidanzati”, che risultano spesso più impacciati. Ma forse sono semplicemente più sinceri. I nostri, comunque, trovano qualcosa di cui parlare, creando piccole e momentanee sinergie: la bicicletta, l’erba, la cucina. Fumano tabacco rollato, mentre la mia amica apre la porta al ragazzo del ristorante che ci ha portato antipasti misti e schiacciate farcite

Dopo cena mi avvicino all’altalena azzurra che è appesa al soffitto e che è anche tatuata sulla pelle della mia amica e del suo fidanzato. Mi sento colpevole quando mi ci siedo. Lì vicino c’è una pila di libri e riviste che si alza da terra. L’ultima volta che mi sono seduta su quell’altalena ho preso in prestito un libro di Veronesi, che lei adora. Stasera mi attira una costola bianca che dice “ROONEY PARLARNE TRA AMICI”. La mia amica si avvicina e mi dice bello, bellissimo, quello è un gran cazzo di libro.

Parliamo del fatto che l’autrice è giovanissima e per l’ennesima volta il sogno di diventare una scrittrice si spezza dentro di me. Ogni tot ci penso e stac!, si frantuma, come uno specchio che ha preso un colpo poi magicamente si ricostruisce. Non capisco.

Sono così invidiosa che il giorno dopo cercherò su internet delle foto di questa Rooney, per vedere se è anche carina. La mia amica mi aveva detto che non lo era, ma quella sera non le avevo creduto.  Lo sfoglio velocemente e leggo “Bobbi mi reggeva i capelli”, mentre la mia amica mi dice ecco, questo è uno di quei libri che mi hanno fatta eccitare. Cerco di rievocare nella mia testa i libri che hanno fatto eccitare me, ma me ne viene in mente solo uno. Non lo dico perché non ho voglia di raccontare di quella volta in cui mi sono masturbata leggendo un libro. Se fossimo state solo noi due, probabilmente l’avrei detto.

Frances a Bobbi non lo dice, comunque. Anche se sono ex fidanzate e migliori amiche. Non glielo dice della sua storia con Nick, che è sposato con Melissa, anche se non dormono più insieme. Non glielo dice perché ha paura che Bobbi lo racconti a Melissa, dato che sembrano così legate? Non glielo dice perché un po’ si sente in colpa di avere una relazione con un uomo sposato? Oppure non glielo dice perché vuole che questa cosa sia solo sua, una cosa in cui finalmente Bobbi non c’entra? Lei che è più bella, più strutturata, più capace di stare in mezzo alla gente. Lei che è stato il suo grande amore.

Mentre leggo il libro cerco di riconoscere i momenti che hanno fatto eccitare la mia amica. Lui che posa una bevanda fresca dietro il ginocchio di lei. Lui che le infila una mano sotto il cappotto e, dato che oltre a quello non indossa niente, le tocca il seno con facilità. Immagino di vivere quegli stessi momenti con il mio ragazzo, poi con Nick, ma la fantasia dura poco e si dissolve. Non regge.

Finisco il libro e mi ricordo che l’amore è una questione complicata. Questa consapevolezza m’investe come un tir in piena faccia. Soppeso in silenzio la possibilità di scrivere un racconto in cui ne parlo: un racconto in cui compaia l’altalena azzurra e quel momento in cui, spalla a spalla, abbiamo assemblato ordinatamente quattro ricottine fresche su ampi piatti di porcellana e poi ci siamo leccate le dita felici.

Proprio come fa Frances, che scrive un racconto in cui parla di Bobbi, ma del quale a Bobbi non riesce a parlare.

 

Aldobrando

di Marcovaldo

«Acqua guardata non bolle mai»

Il gatto sbagliato ha il pelo bianco e gli occhi rossi, ma forse il loro colore dipende dal fuoco che sta scaldando il grande calderone appeso in mezzo alla stanza. Il gatto sbagliato è fiacco e gracile, ma non ha alcuna intenzione di finire bollito, per questo soffia forte FFFFF e scappa con la coda dritta.

È il gatto sbagliato perché l’ha scelto Aldobrando, con le sue pupille scure, piccole e vicine, le sopracciglia folte, il fisico scheletrico e la spada di legno.

Si capisce subito che Aldobrando non è molto capace, non se ne intende, perché non sa distinguere la destra dalla sinistra e sa contare solo fino a venti. Ma adesso è arrivato il momento di crescere: deve andare nel mondo, deve correre a cercare l’erba del lupo e salvare l’occhio del maestro, sfregiato dal gatto sbagliato.

Quello che nasconde Aldobrando, al principio di tutto, proprio non si vede. Quello che si trova sotto il ciuffo di capelli che gli cresce sulla cima della testa, dietro la casacca leggera a maniche corte che indossa anche nella neve, e in mezzo alle esili gambe da merlo. Quello che nasconde viene fuori dopo, tra parole e tratti di matita, quando le esistenze di altri personaggi si annodano alla sua. Aldobrando incontra e conosce, si interroga e non resta mai indifferente. Cerca il perché delle cose e va sotto la superficie, nelle viscere degli eventi nei quali ruzzola un po’ spaesato.

Il destino degli altri segna quello di Aldobrando. Lo ammacca, lo confonde, lo consola, lo guarisce, lo salva. Ognuno ha il proprio ruolo, una trama da svelare, un motivo per cui agire.

Sir Gennaro Montecapoleone delle Due Fontane, che si dichiara padrone di Aldobrando per via di una certa tana presa in prestito. Il Boccamarcia (di nome e di fatto), Beniamino l’Ucciditore (che Ucciditore l’hanno fatto diventare), la schiava Viola e Dufficio (che annota sempre tutto, e meno male!). E poi lei, la Principessa Bianca, grazie alla quale, durante il suo lungo e avventuroso viaggio, Aldobrando intuisce che l’amore non è un posto dove si pensa solo ai comodi propri.

Anche noi del Marcovaldo, aggrovigliati alle sue gesta, abbiamo di nuovo la sensazione di riuscire a vedere del buono nel marasma di guai in cui possiamo inciampare o finire intrappolati.

Le cose storte si aggiustano, le storie spezzate si ricompongono, i sovrani nullafacenti escono di scena e noi – almeno qui, almeno con questo Aldobrando fatto di carta e cuore – tiriamo un sospiro di sollievo e impariamo un segreto. Il più importante di tutti. Il più difficile, sicuramente.

Presagio triste

di Alessandra Banfi

Non è difficile immaginare la zia. Ha il colore della luna, i capelli legati stretti, i piedi scalzi, il pigiama. È seduta al pianoforte, sta suonando. La casa è vecchia – molto vecchia – e le finestre sono aperte sulla notte. La musica riempie la stanza e sguscia oltre i davanzali, si infila tra le foglie e i rami degli alberi del giardino, scuotendoli un po’. In cielo c’è qualche nuvola, ma si tratta di nuvole sfilacciate e leggere che non possono creare ombre. I riflessi bianchi della luna sono dovunque.
La zia mangia quando ne ha voglia e dorme fino a quando ne sente il bisogno. Qui non ci sono orari da rispettare. Ne approfitto per fare quello che mi pare e mi sposto nel corridoio con il libro che sto leggendo, spingo una porta socchiusa, dico permesso anche se nessuno può sentirmi. Sono sola, la zia Yukino è di là e muove le dita sui tasti del pianoforte, incurante della mia passeggiata notturna.
La camera dietro la porta è un delirio di oggetti rovesciati sul letto e sul tappeto. Mi fermo sulla soglia a osservare.
Fogli di carta ripiegati, monetine, una piccola borsa di stoffa, un astuccio di pelle, tovaglioli appallottolati, una scarpa nera e lucida dal corto tacco consumato.
Il letto è sfatto e le coperte ricadono sul pavimento sporco. Forse dovrei rendermi utile e rimettere un po’ d’ordine.
La casa non è mai pulita a dovere e il giardino sul retro è zeppo di cumuli di cose dimenticate “come non ci fossero mai state“. Ma è un caos che mi affascina.
Nell’angolo accanto alla finestra c’è una scrivania di legno. Ha l’odore dei boschi inzuppati d’acqua. Appoggio il libro sulla sua superficie ruvida, avvicino la sedia e mi metto comoda. Riprendo la lettura. Il suono del pianoforte si trasforma in un sottofondo lontano.
Potrei leggere all’infinito di questa zia da fiaba. Di lei e delle sue stanze scricchiolanti. Provo invidia per il mondo raccolto tra queste mura fatiscenti e per questa polvere fitta e lanosa che rende soffici le piastrelle su cui appoggio i piedi. La mia idea di casa è racchiusa in questa immagine.
Una tana. Uno spazio senza tempo in cui non si avverte alcun bisogno di farsi notare.
All’improvviso squilla il telefono. La zia Yukino smette di suonare il pianoforte, ma non si preoccupa di alzare il ricevitore e lascia che i trilli continuino: perché non va a rispondere? Potrei farlo io, però non è casa mia… e poi chi sarà mai, a quest’ora? Il telefono adesso tace e la camera è piena del silenzio della notte. Il fruscio delle foglie in giardino mi fa compagnia. Ritrovo il punto in cui ho interrotto la lettura, ma il telefono ricomincia a squillare. Mi distraggo subito, dopo poche righe.
La nuova chiamata si chiude nel silenzio di una mancata risposta per la seconda volta. E dopo qualche minuto si ripete la scena. Poi di nuovo e di nuovo ancora. Mi alzo e porto il libro con me accanto alla finestra. La luna sparisce, mi ritrovo al buio. Penso che è giusto così, l’ho appena letto, deve succedere per forza. La storia, per essere fedele, prevede uno scroscio d’acqua di quelli forti, roboanti. E infatti ecco le prime gocce. Grosse, pesanti. In pochi istanti il rumore della pioggia mi riempie la testa. Stringo il libro contro la pancia. L’aria adesso è fredda, appiccicosa. Nel nero della notte vedo scintillare la luce che illumina la finestra della sala. La zia è là, seduta in una posa tranquilla davanti al suo pianoforte. Mi volto e cammino cauta verso la porta, verso la luce della sala che si riflette lungo il corridoio. Ho l’impressione di muovermi al rallentatore. La distanza tra me e la zia sembra incolmabile. Poi mi ritrovo nella sala con lei, non so come… Giusto il tempo di appoggiare lo sguardo sulla sua figura esile e il suono del campanello di casa arriva fin lì sopra, mescolato al tic tac dell’acqua e al frusciare leggero dei piedi della zia sul pavimento.
Deve andare proprio così. Riapro il libro alla pagina numero diciotto e la nipote di zia Yukino ci ha appena raggiunte, spinta da un triste presagio. Continuo a leggere.
Dalle scale arrivano le voci delle due donne. Si salutano, si scambiano qualche battuta.
Mi faccio un po’ da parte, non voglio essere di troppo.
Yanoy è fradicia. Appoggia a terra un borsone. Zia Yukino mette a scaldare dell’acqua. Quello che ci vuole adesso, prima di continuare la storia, è un tè bollente ben zuccherato.

Sonetti erotici e meditativi

di Robespierre Capponi

«Dateme un omo che nnun abbi vizzi: diteme cuale cazzo nun z’addrizzi.»

Per sommi capi, i sonetti erotici e meditativi scritti dal grande poeta Giuseppe Gioacchino Belli sono un encomio alla sorca e all’uscello, ci esortano a ffotte senza ritegno, senza star troppo lì a indugiare; e lo fanno con un incommensurabile memento mori che fa così: «arricordateve che cresce il naso, crescono li cojjoni e cala il cazzo». 
Con il Belli il popolo romano, minacciato dalla società del tempo alla pena capitale «de morì ammazzato dentro un cuore e una capanna», trova una piazza dove spolmonare liberamente il proprio dissenso, la propria contrarietà alla castità, la propria avversione nei confronti della società dei preti e dei loro inaccettabili soprusi; e della loro storiella che a scopà come i cani si fa peccato.
E chissà perché se ssò inventati sta fregnaccia, li preti, agucchiatori delle fesse nostre: mortacci loro! Forse se la ssò inventati pe’ sto cazzo de decoro, che a ffotte in mezzo ai fori imperiali a cielo aperto non sta bene che no; o forse se la ssò inventati per contrastare l’aumento demografico, ché tante bocche da sfamà minacciavano le proprie de bocche, vallo a sapè perché.
Credo che questa guerra che la società dei preti abbia fatto a noialtri, poveri fijji de miggnotte, con il risultato di toglierci la libertà del corpo, sia stata vinta da mo’; basti osservare la nostra epoca, dove il sesso senza amore non è come dovrebbe essere, ossia un bisogno corporale al pari de cacà. Il che dovrebbe facce riflette. E infatti, a pensarci bene, dopo che abbiamo defecato ci sentiamo carichi di una certa sensazione di libertà, o no? Al contrario, un orgasmo senza amore ci fa sentire in qualche modo prigionieri della nostra nudità, del nostro imbarazzo, della nostra solitudine e fors’anche della nostra amarezza.
Ci hanno tolto il piacere de ffotte pe’ ce spassà, ci hanno tolto il piacere della carnalità e brutalità dell’atto sessuale fine a se stesso. Ci hanno tolto la naturalezza del movimento, la spontaneità della messa in scena, il piacere de fasse inculà: questa è la «santa iggnuda e vvera verità». Allora a noialtri nun ce sta bene che no. Vogliamo scopà perdio!

Ma per fortuna però che ce ssò le poesie del Belli, almeno ce possiamo masturbà: o si diventa ciechi per questo?
Oppure possiamo iniziare a prendere sul serio le sante parole del Belli e smettere di dar retta ai pretacci, possiamo iniziare ad ascoltare il nostro corpo e magara fottere in mezzo alle vie.
E allora beati coloro che leggono il Belli e che fanno all’amore come si cacano semi di lino, con disinvoltura, perché guadagneranno il regno dei cieli qui e ora, «in sto monnaccio iniquo e ppeccatore».