Parlarne tra amici

di Sara Maria Morganti

«Con lei non avevo la sensazione, come invece avevo con tanti altri, che mentre parlavo stesse solo preparando la prossima cosa da dire.»

Siamo amiche da più di dieci anni. Ci siamo conosciute il primo anno di università e non ci siamo più mollate. Abbiamo viaggiato, abbiamo vissuto lontane, ma adesso siamo a cena insieme. È una cena strana, perché inizia alle 19 e sappiamo che durerà poco, per colpa del coprifuoco. Proviamo la sensazione che ci stiano mutilando il tempo, però facciamo finta di niente.

Siamo noi due, ma stasera siamo quattro. Le due persone che sono con noi non si conoscono bene. Ho l’impressione che “le fidanzate” sappiano meglio come comportarsi in queste situazioni rispetto a “i fidanzati”, che risultano spesso più impacciati. Ma forse sono semplicemente più sinceri. I nostri, comunque, trovano qualcosa di cui parlare, creando piccole e momentanee sinergie: la bicicletta, l’erba, la cucina. Fumano tabacco rollato, mentre la mia amica apre la porta al ragazzo del ristorante che ci ha portato antipasti misti e schiacciate farcite

Dopo cena mi avvicino all’altalena azzurra che è appesa al soffitto e che è anche tatuata sulla pelle della mia amica e del suo fidanzato. Mi sento colpevole quando mi ci siedo. Lì vicino c’è una pila di libri e riviste che si alza da terra. L’ultima volta che mi sono seduta su quell’altalena ho preso in prestito un libro di Veronesi, che lei adora. Stasera mi attira una costola bianca che dice “ROONEY PARLARNE TRA AMICI”. La mia amica si avvicina e mi dice bello, bellissimo, quello è un gran cazzo di libro.

Parliamo del fatto che l’autrice è giovanissima e per l’ennesima volta il sogno di diventare una scrittrice si spezza dentro di me. Ogni tot ci penso e stac!, si frantuma, come uno specchio che ha preso un colpo poi magicamente si ricostruisce. Non capisco.

Sono così invidiosa che il giorno dopo cercherò su internet delle foto di questa Rooney, per vedere se è anche carina. La mia amica mi aveva detto che non lo era, ma quella sera non le avevo creduto.  Lo sfoglio velocemente e leggo “Bobbi mi reggeva i capelli”, mentre la mia amica mi dice ecco, questo è uno di quei libri che mi hanno fatta eccitare. Cerco di rievocare nella mia testa i libri che hanno fatto eccitare me, ma me ne viene in mente solo uno. Non lo dico perché non ho voglia di raccontare di quella volta in cui mi sono masturbata leggendo un libro. Se fossimo state solo noi due, probabilmente l’avrei detto.

Frances a Bobbi non lo dice, comunque. Anche se sono ex fidanzate e migliori amiche. Non glielo dice della sua storia con Nick, che è sposato con Melissa, anche se non dormono più insieme. Non glielo dice perché ha paura che Bobbi lo racconti a Melissa, dato che sembrano così legate? Non glielo dice perché un po’ si sente in colpa di avere una relazione con un uomo sposato? Oppure non glielo dice perché vuole che questa cosa sia solo sua, una cosa in cui finalmente Bobbi non c’entra? Lei che è più bella, più strutturata, più capace di stare in mezzo alla gente. Lei che è stato il suo grande amore.

Mentre leggo il libro cerco di riconoscere i momenti che hanno fatto eccitare la mia amica. Lui che posa una bevanda fresca dietro il ginocchio di lei. Lui che le infila una mano sotto il cappotto e, dato che oltre a quello non indossa niente, le tocca il seno con facilità. Immagino di vivere quegli stessi momenti con il mio ragazzo, poi con Nick, ma la fantasia dura poco e si dissolve. Non regge.

Finisco il libro e mi ricordo che l’amore è una questione complicata. Questa consapevolezza m’investe come un tir in piena faccia. Soppeso in silenzio la possibilità di scrivere un racconto in cui ne parlo: un racconto in cui compaia l’altalena azzurra e quel momento in cui, spalla a spalla, abbiamo assemblato ordinatamente quattro ricottine fresche su ampi piatti di porcellana e poi ci siamo leccate le dita felici.

Proprio come fa Frances, che scrive un racconto in cui parla di Bobbi, ma del quale a Bobbi non riesce a parlare.

 

Aldobrando

di Marcovaldo

«Acqua guardata non bolle mai»

Il gatto sbagliato ha il pelo bianco e gli occhi rossi, ma forse il loro colore dipende dal fuoco che sta scaldando il grande calderone appeso in mezzo alla stanza. Il gatto sbagliato è fiacco e gracile, ma non ha alcuna intenzione di finire bollito, per questo soffia forte FFFFF e scappa con la coda dritta.

È il gatto sbagliato perché l’ha scelto Aldobrando, con le sue pupille scure, piccole e vicine, le sopracciglia folte, il fisico scheletrico e la spada di legno.

Si capisce subito che Aldobrando non è molto capace, non se ne intende, perché non sa distinguere la destra dalla sinistra e sa contare solo fino a venti. Ma adesso è arrivato il momento di crescere: deve andare nel mondo, deve correre a cercare l’erba del lupo e salvare l’occhio del maestro, sfregiato dal gatto sbagliato.

Quello che nasconde Aldobrando, al principio di tutto, proprio non si vede. Quello che si trova sotto il ciuffo di capelli che gli cresce sulla cima della testa, dietro la casacca leggera a maniche corte che indossa anche nella neve, e in mezzo alle esili gambe da merlo. Quello che nasconde viene fuori dopo, tra parole e tratti di matita, quando le esistenze di altri personaggi si annodano alla sua. Aldobrando incontra e conosce, si interroga e non resta mai indifferente. Cerca il perché delle cose e va sotto la superficie, nelle viscere degli eventi nei quali ruzzola un po’ spaesato.

Il destino degli altri segna quello di Aldobrando. Lo ammacca, lo confonde, lo consola, lo guarisce, lo salva. Ognuno ha il proprio ruolo, una trama da svelare, un motivo per cui agire.

Sir Gennaro Montecapoleone delle Due Fontane, che si dichiara padrone di Aldobrando per via di una certa tana presa in prestito. Il Boccamarcia (di nome e di fatto), Beniamino l’Ucciditore (che Ucciditore l’hanno fatto diventare), la schiava Viola e Dufficio (che annota sempre tutto, e meno male!). E poi lei, la Principessa Bianca, grazie alla quale, durante il suo lungo e avventuroso viaggio, Aldobrando intuisce che l’amore non è un posto dove si pensa solo ai comodi propri.

Anche noi del Marcovaldo, aggrovigliati alle sue gesta, abbiamo di nuovo la sensazione di riuscire a vedere del buono nel marasma di guai in cui possiamo inciampare o finire intrappolati.

Le cose storte si aggiustano, le storie spezzate si ricompongono, i sovrani nullafacenti escono di scena e noi – almeno qui, almeno con questo Aldobrando fatto di carta e cuore – tiriamo un sospiro di sollievo e impariamo un segreto. Il più importante di tutti. Il più difficile, sicuramente.

Presagio triste

di Alessandra Banfi

Non è difficile immaginare la zia. Ha il colore della luna, i capelli legati stretti, i piedi scalzi, il pigiama. È seduta al pianoforte, sta suonando. La casa è vecchia – molto vecchia – e le finestre sono aperte sulla notte. La musica riempie la stanza e sguscia oltre i davanzali, si infila tra le foglie e i rami degli alberi del giardino, scuotendoli un po’. In cielo c’è qualche nuvola, ma si tratta di nuvole sfilacciate e leggere che non possono creare ombre. I riflessi bianchi della luna sono dovunque.
La zia mangia quando ne ha voglia e dorme fino a quando ne sente il bisogno. Qui non ci sono orari da rispettare. Ne approfitto per fare quello che mi pare e mi sposto nel corridoio con il libro che sto leggendo, spingo una porta socchiusa, dico permesso anche se nessuno può sentirmi. Sono sola, la zia Yukino è di là e muove le dita sui tasti del pianoforte, incurante della mia passeggiata notturna.
La camera dietro la porta è un delirio di oggetti rovesciati sul letto e sul tappeto. Mi fermo sulla soglia a osservare.
Fogli di carta ripiegati, monetine, una piccola borsa di stoffa, un astuccio di pelle, tovaglioli appallottolati, una scarpa nera e lucida dal corto tacco consumato.
Il letto è sfatto e le coperte ricadono sul pavimento sporco. Forse dovrei rendermi utile e rimettere un po’ d’ordine.
La casa non è mai pulita a dovere e il giardino sul retro è zeppo di cumuli di cose dimenticate “come non ci fossero mai state“. Ma è un caos che mi affascina.
Nell’angolo accanto alla finestra c’è una scrivania di legno. Ha l’odore dei boschi inzuppati d’acqua. Appoggio il libro sulla sua superficie ruvida, avvicino la sedia e mi metto comoda. Riprendo la lettura. Il suono del pianoforte si trasforma in un sottofondo lontano.
Potrei leggere all’infinito di questa zia da fiaba. Di lei e delle sue stanze scricchiolanti. Provo invidia per il mondo raccolto tra queste mura fatiscenti e per questa polvere fitta e lanosa che rende soffici le piastrelle su cui appoggio i piedi. La mia idea di casa è racchiusa in questa immagine.
Una tana. Uno spazio senza tempo in cui non si avverte alcun bisogno di farsi notare.
All’improvviso squilla il telefono. La zia Yukino smette di suonare il pianoforte, ma non si preoccupa di alzare il ricevitore e lascia che i trilli continuino: perché non va a rispondere? Potrei farlo io, però non è casa mia… e poi chi sarà mai, a quest’ora? Il telefono adesso tace e la camera è piena del silenzio della notte. Il fruscio delle foglie in giardino mi fa compagnia. Ritrovo il punto in cui ho interrotto la lettura, ma il telefono ricomincia a squillare. Mi distraggo subito, dopo poche righe.
La nuova chiamata si chiude nel silenzio di una mancata risposta per la seconda volta. E dopo qualche minuto si ripete la scena. Poi di nuovo e di nuovo ancora. Mi alzo e porto il libro con me accanto alla finestra. La luna sparisce, mi ritrovo al buio. Penso che è giusto così, l’ho appena letto, deve succedere per forza. La storia, per essere fedele, prevede uno scroscio d’acqua di quelli forti, roboanti. E infatti ecco le prime gocce. Grosse, pesanti. In pochi istanti il rumore della pioggia mi riempie la testa. Stringo il libro contro la pancia. L’aria adesso è fredda, appiccicosa. Nel nero della notte vedo scintillare la luce che illumina la finestra della sala. La zia è là, seduta in una posa tranquilla davanti al suo pianoforte. Mi volto e cammino cauta verso la porta, verso la luce della sala che si riflette lungo il corridoio. Ho l’impressione di muovermi al rallentatore. La distanza tra me e la zia sembra incolmabile. Poi mi ritrovo nella sala con lei, non so come… Giusto il tempo di appoggiare lo sguardo sulla sua figura esile e il suono del campanello di casa arriva fin lì sopra, mescolato al tic tac dell’acqua e al frusciare leggero dei piedi della zia sul pavimento.
Deve andare proprio così. Riapro il libro alla pagina numero diciotto e la nipote di zia Yukino ci ha appena raggiunte, spinta da un triste presagio. Continuo a leggere.
Dalle scale arrivano le voci delle due donne. Si salutano, si scambiano qualche battuta.
Mi faccio un po’ da parte, non voglio essere di troppo.
Yanoy è fradicia. Appoggia a terra un borsone. Zia Yukino mette a scaldare dell’acqua. Quello che ci vuole adesso, prima di continuare la storia, è un tè bollente ben zuccherato.

Sonetti erotici e meditativi

di Robespierre Capponi

«Dateme un omo che nnun abbi vizzi: diteme cuale cazzo nun z’addrizzi.»

Per sommi capi, i sonetti erotici e meditativi scritti dal grande poeta Giuseppe Gioacchino Belli sono un encomio alla sorca e all’uscello, ci esortano a ffotte senza ritegno, senza star troppo lì a indugiare; e lo fanno con un incommensurabile memento mori che fa così: «arricordateve che cresce il naso, crescono li cojjoni e cala il cazzo». 
Con il Belli il popolo romano, minacciato dalla società del tempo alla pena capitale «de morì ammazzato dentro un cuore e una capanna», trova una piazza dove spolmonare liberamente il proprio dissenso, la propria contrarietà alla castità, la propria avversione nei confronti della società dei preti e dei loro inaccettabili soprusi; e della loro storiella che a scopà come i cani si fa peccato.
E chissà perché se ssò inventati sta fregnaccia, li preti, agucchiatori delle fesse nostre: mortacci loro! Forse se la ssò inventati pe’ sto cazzo de decoro, che a ffotte in mezzo ai fori imperiali a cielo aperto non sta bene che no; o forse se la ssò inventati per contrastare l’aumento demografico, ché tante bocche da sfamà minacciavano le proprie de bocche, vallo a sapè perché.
Credo che questa guerra che la società dei preti abbia fatto a noialtri, poveri fijji de miggnotte, con il risultato di toglierci la libertà del corpo, sia stata vinta da mo’; basti osservare la nostra epoca, dove il sesso senza amore non è come dovrebbe essere, ossia un bisogno corporale al pari de cacà. Il che dovrebbe facce riflette. E infatti, a pensarci bene, dopo che abbiamo defecato ci sentiamo carichi di una certa sensazione di libertà, o no? Al contrario, un orgasmo senza amore ci fa sentire in qualche modo prigionieri della nostra nudità, del nostro imbarazzo, della nostra solitudine e fors’anche della nostra amarezza.
Ci hanno tolto il piacere de ffotte pe’ ce spassà, ci hanno tolto il piacere della carnalità e brutalità dell’atto sessuale fine a se stesso. Ci hanno tolto la naturalezza del movimento, la spontaneità della messa in scena, il piacere de fasse inculà: questa è la «santa iggnuda e vvera verità». Allora a noialtri nun ce sta bene che no. Vogliamo scopà perdio!

Ma per fortuna però che ce ssò le poesie del Belli, almeno ce possiamo masturbà: o si diventa ciechi per questo?
Oppure possiamo iniziare a prendere sul serio le sante parole del Belli e smettere di dar retta ai pretacci, possiamo iniziare ad ascoltare il nostro corpo e magara fottere in mezzo alle vie.
E allora beati coloro che leggono il Belli e che fanno all’amore come si cacano semi di lino, con disinvoltura, perché guadagneranno il regno dei cieli qui e ora, «in sto monnaccio iniquo e ppeccatore».

 

L’arte di legare le persone

di Alessandra Banfi

‹‹La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia.››

A pagina due mi sono ricordata delle patate.
La pentola era grande, l’acqua al livello giusto, le patate belle grosse.
Mi muovevo in cucina, ma l’attenzione era tutta per le voci in fondo al corridoio. Voci alte e piene di rabbia. In comunità tirava una brutta aria già dal primo pomeriggio. Non ero da sola, c’era anche la mia collega. Era lei a tenere sott’occhio la situazione. Poi è successo, ed è successo quando le patate erano ancora crude. Un putiferio, una bufera di imprecazioni e urla, rumori di cose sbattute. Mi sono catapultata in fondo al corridoio.
Mani che stringono, piedi che colpiscono, oggetti che volano. Il figlio contro la madre.
Ci siamo messe in mezzo – io e la collega – e il figlio, a un certo punto, si è anche dato una calmata. Per un attimo ci siamo illuse, vabbè, forse la smette, si è sfogato. Invece stava solo riprendendo fiato. Ha ricominciato a menare la madre più forte di prima. Mi si offusca la memoria, ma rivedo i suoi occhi sbarrati e la sua pelle color vinaccia. In testa un solo pensiero: ora ‘sto ragazzo scoppia, va in mille pezzi e muore. Non può resistere a questa pressione.
Poi è arrivata l’ambulanza. Il medico è apparso in salotto. Un angelo che porta pace. Non ricordo la sua faccia, ma era piena di luce, ne sono sicura. Un’apparizione mistica. Grazie dottore.
Le patate, intanto, sono diventate poltiglia. Un purè.

Leggo L’arte di legare le persone di Paolo Milone… rido, piango e penso a tutte le volte in cui ho provato (e provo) la paura di perdere il controllo e impazzire.
Se mi elenchi i sintomi di una certa malattia mentale nel giro di dieci minuti me li sento tutti. Non posso farci niente. La sensazione di essere un po’ matta mi passa solo quando incrocio qualcuno poco più matto di me e allora mi sento io quella normale.
Continuo a leggere ed è tutto così assurdo, a volte, che mi scappa da ridere. Ma quando finisco di ridere ho un sapore amarissimo in bocca.

D. non parlava con nessuno. Era bellissima, ma non lo sapeva, non lo vedeva. A letto, sotto due o tre strati di coperte, si sentiva in pace con il mondo.
M. mangiava poco e aveva così paura dell’acqua che non si lavava mai.
C. è saltato dopo. A saluti fatti. Aveva desiderato tanto quel posto in officina e poi, quando l’ha ottenuto, si è scombinato tutto.

Leggo e cerco di immaginare quello che si prova lavorando sulle urgenze psichiatriche. Ma non ci riesco, è troppo complesso. Io certe cose le ho sfiorate da lontano, non sono un medico, e in Psichiatria ci sono entrata solo un paio di volte per fare delle visite a dei ricoverati. Lì ho ascoltato i racconti bestemmiati di un tossicodipendente – “sono di casa, qui”, diceva lui – e quelli di un ometto così cordiale e delicato che fatico ancora adesso ad associarlo a quel reparto. E la ragazzina che camminava nel corridoio strisciando la punta dell’indice lungo la parete, prima da un lato, poi dall’altro? Mi ha fissata per tutto il tempo con uno sguardo pieno di meraviglia e un sorriso rigido.
Ciò che fa paura, a volte, fa anche tenerezza. E invidio chi capisce, chi sa comunicare, chi riesce a trovare lo spiraglio buono, il gesto adatto. Chi riesce a ricucire lo strappo, mettere una pezza, ricomporre i cocci rotti.
Guardo la sveglia, dovrei dormire ma non ne ho voglia. Fa freddo, eppure ho in testa il profumo dell’erba umida in estate. L’erba che fruscia di notte. Ho voglia di un prato e di un cielo.
Spengo la luce della camera. Spalanco la finestra. Sollevo la tapparella. Mi infilo sotto le coperte. Riesco a vederlo. Il cielo è quasi limpido. C’è qualche stella. Al prato invece devo rinunciare. Mi accontento e rido. Sono le 00.40 e non mi sento tanto normale. Ma chissenefrega. Stasera va bene così.

Frida. Una biografia di Frida Kahlo

di Alessandra Banfi

‹‹… diceva la verità quando sosteneva che io non valgo un centavo, almeno per tutti quelli che una volta dicevano di essere miei amici, perché naturalmente per me io valgo molto di più di un centavo dato che mi piaccio come sono.››

Frida. Una biografia di Frida Kahlo, Hayden Herrera, Neri Pozza.

Ho cercato anche le foto, dopo. Le foto del funerale. Prima però ho cercato una delle ballate d’addio, La barca de oro, perché non la conoscevo. Me la immaginavo triste – parecchio triste – e infatti lo è, eppure la sua melodia svela anche una rassegnata accettazione che diventa sollievo. Sono stata meglio, dopo averla ascoltata.
Questa ballata è una delle ultime canzoni intonate dai presenti nel momento dell’addio a Frida Kahlo.
Le porte del forno crematorio aperte, il carrello che comincia a muoversi lentamente per portare il corpo di Frida verso il fuoco, io che guardo dalla pagina di un libro e leggo piano per non perdermi niente, per restare ancora in sua compagnia. Ma poi arriva l’ultima riga, l’ultima parola, il punto, e dopo il punto si spengono le luci. Resto sola con il libro appoggiato sopra una pila di romanzi che aspettano d’essere letti.
In tutta sincerità, adesso non ho voglia di leggere altro. Ho bisogno di fermarmi qui per qualche tempo.
Comincio a cercare le foto. Alcune già viste, naturale.
Frida al lavoro, Frida con una piccola scimmia, Frida sorridente, Frida allettata, Frida che taglia lo sguardo di chi la osserva con un’espressione che mi fa venire i brividi.
E poi trovo le altre foto, quelle che non ho mai visto. Quelle che cercavo. Le foto del funerale.
Il viso di Frida nella bara coperta dalla bandiera comunista, grandi cascate di fiori, tanta gente attorno. Mi soffermo sullo scatto, lo ingrandisco. Poi dico che no, forse non dovrei guardare così a lungo.
Parto dalla fine e ripercorro al rovescio la biografia. Dalla tristezza delle ultime pagine ritorno ai passaggi meno dolorosi, quelli che mi hanno fatto ridere, riflettere, mentre la vita di Frida Kahlo prendeva forma sotto i miei occhi. Mi sembra di averla intorno. Sarà l’effetto delle cose scritte con cura. La testa vola in altre storie. Per forza, una vita così straordinaria non può che richiamare altre vite. Vite fantastiche, vite da romanzo. La realtà si mescola all’invenzione. I teschi di zucchero e le macchie di sangue mi riportano alle stravaganze di Macondo, gli scheletri lasciano spazio a Fermina Daza seduta sotto i mandorli di un portico, ma in un istante tornano le ferite aperte e le lacrime, la colonna spezzata e qualche piccola punzecchiatura. Ripenso a Clara chiaroveggente e alle sue stanze piene di spiriti e subito dopo mi ritrovo nella casa di Coyoacan in una girandola di immagini che mi stordisce un po’. Non capisco più dove ho letto cosa e che diavolo sta succedendo.
Ma in fondo provo piacere quando un libro mi rovescia in altri libri. Rivedo posti che non visitavo da un pezzo e ripesco dettagli che credevo d’aver dimenticato. E intorno è tutto un getto di colori, ritratti e pagine di diario che mi trascinano attraverso il Messico, gli Stati Uniti e Parigi fino a ritrovare di nuovo la casa all’angolo tra Calle Allende e Calle Londres. Mi avvicino. Dietro una grande vetrata posso vedere l’interno di una stanza. C’è tanta luce. Pennelli e boccette piene di colore sono disposti in ordine sopra un tavolo. Una donna dipinge davanti a un cavalletto. Ha i capelli scuri e una lunga gonna. Mi metto comoda. Non voglio andarmene subito. Resto a guardarla ancora un po’.


Drive-in

di Luca Palladino

«Mi spogliai e andai in giro nudo come tanti altri. Non mi vergognavo del mio corpo. Tutti facevano schifo.»

Mi chiamo Pagina 56, e passo le giornate chiusa in un libro che s’intitola Drive-in, scritto da un certo Joe Richard Harold Lansdale. Si potrebbe pensare che chiusa qui dentro io mi annoi, e potrebbe anche esser vero se solo riuscissi a immaginare cosa mi sto perdendo là fuori. E poi a me piace stare per conto mio. Purtroppo però è successo che per uno strano scherzo della sorte sono indissolubilmente legata, o meglio appiccicata, a Pagina 57. E non si pensi che questo fatto mi faccia piacere. Sì, certo: a volte abbiamo anche rapporti sessuali, ma per una questione fisiologica; qualche volta per noia, mai per amore. A voler essere sinceri, però, il più delle volte mi giro dall’altra parte, o almeno immagino di farlo, vorrei uno spazio tutto mio, ecco cosa vorrei.
Pagina 57 è poi logorroica, cioè ha il vizio di parlare anche quando è palese che nessuno, cioè io, l’ascolti. Ma la cosa che più mi sorprende, è che riesce a sapere cose che succedono in altre pagine, ma anche fuori. È lei che mi ha detto che siamo state scritte da Joe e qualcosa, se no come facevo a saperlo… Io per questo fatto che sa tutto di tutti, l’ho soprannominata Banditrice. Una volta mi ha persino riferito che nel libro di cui facciamo parte c’è un tizio che si è autoproclamato Re del Popcorn, uno di quei Re abituati a vomitare il proprio contenuto gastrico, nella fattispecie popcorn, sui sudditi, prima di annunciare più o meno così: «Prendetene e mangiatene tutti: questo è il mio corpo!». Per non parlare poi di quella volta che mi ha raccontato che laggiù, cioè in alcune pagine successive alle nostre, ci sono onde elettromagnetiche che saltano come rane, e anche una strana fata, una donnina che quando non usa la bacchetta magica per grattarsi il culo esaudisce i sogni altrui; per esempio una volta ha esaudito il sogno di un povero cristo con la passione sfrenata per la tivù, lo sventurato adesso si fa chiamare Popalong Cassidy e ha uno schermo a sedici pollici al posto della faccia, e per questo fatto si dà così tante arie che non sembra neanche vero. Sono conciata così, insomma, ad ascoltare cose che non stanno né in cielo né in terra, anche se suggestive, per carità.
Ma lo vuoi capire che non siamo più delle bambine?!?
Io comunque non voglio passare per una guastafeste, come un adulto di fronte all’infanzia; e neanche per una che si sfoga all’improvviso. Io so solo quello che porto scritto dentro me, e non voglio sapere altro. Io so solo badare a me stessa, e voglio parlare solo di me. D’altronde sono stata scritta in prima persona, ecco cosa sto cercando di dire.

Banditrice l’altro giorno mi ha allarmata, mi ha detto che i libri non letti vanno a finire al macero, cioè in una grande vasca insieme ad altre pagine, tipo in una fossa comune. Questa cosa mi ha fatto venire i brividi in ogni parte di me, quasiché «il mio passato stesse svanendo come una boccata di fiato freddo su uno specchio». Non voglio finire nel dimenticatoio, il solo pensiero mi rende triste, se avessi un volto sarebbe scuro, se fossi un pianeta mi sentirei avvinghiata da una cometa il cui unico maledetto interesse è farla finita con la luce, con il tempo, con il sole, e la luna, e le stelle e la carta e l’inchiostro, e con tutte le cose di cui si ha bisogno per vivere con dignità. Se fossi Banditrice non sarei triste, perché lei dice che non c’è bisogno di essere tristi né d’aver paura, che queste cose raramente accadono, che tutto sommato finire al macero non è il nostro destino, e che qui, custodite come siamo in una libreria privata insieme a tanti altri libri, siamo al sicuro. Non ci può succedere niente qui, rivolte come siamo contro un muro. Io però non mi fido dell’ottimismo di Banditrice, perciò gradirei essere tirata fuori da qui, cioè dallo scaffale, per star più tranquilla. Vorrei essere usata-aperta-sfogliata-sgualcita, vorrei essere rivoltata come un calzino, e persino letta.
Che meravigliosa idea che è, essere letta!

Le formiche festanti

di Alessandra Banfi

‹‹Sono tutti scappati. Rimangono solo i solitari.››

Fa freddo. Fuori c’è un bel po’ di neve, ne faccio cadere una manciata dal davanzale della finestra. Finisce sulla striscia di terra delle calle e delle margherite, proprio qui sotto. Ma le calle e le margherite non ci sono a dicembre, si capisce, e la terra non si vede, nascosta sotto venti centimetri di fiocchi bianchi. L’aria ghiacciata riempie subito la stanza, chiudo tutto, mi rimetto alla scrivania.
Le formiche festanti di Pinar Selek, edito da Fandango, è appoggiato sul portatile chiuso. L’ho finito di leggere poco fa. O forse no. Forse l’ho solo sognato. L’ho sognato come si sognano le cose belle che tengono alla larga i cattivi pensieri e gli incubi. Le cose belle che accendono qualcosa di buono nella testa.
I miei sogni si sono confusi con quelli dei protagonisti. Si sono accavallati e sovrapposti. 
Eppure l’ho visto davvero, il cielo blu di Nizza. L’ho visto attraverso le parole di Pinar Selek. Ho visto l’uomo che decifra questa città attraverso i rifiuti scartati dai suoi abitanti, la svampita Azucena con le scarpe rosse, l’uomo con la chitarra, la fattoria delle Paranoiche, i cestini di frutta e verdura sul tavolo dello stand accanto alla stazione, i piccoli sentieri tracciati con passi e gesti lenti per marcare un percorso e stabilire un contatto.
C’è Nizza e ci sono Parigi e Lione. Ci sono persone che guardano oltre, mani che si sfiorano per ritrovarsi o dirsi addio, treni notturni e incontri tra passeggeri, cani che capiscono gli umani e umani che capiscono i cani. E non c’è pagina senza profumo. Quello del mare, della malva soffritta, del vino e delle melanzane con l’aglio.
Queste formiche festanti sono fragili ma non temono la fatica. Cercano l’essenziale e lo cercano a voce bassa. Non hanno alcun bisogno di un palcoscenico sul quale mettersi in mostra.
Ci sono così tanti modi per realizzare un desiderio. A volte basta rincorrerlo in punta di piedi, senza fare troppo rumore.

Trans Europa Express

di Giovanni Di Prizito

‹‹Perché sono venuto qui? Me lo chiedo a ogni partenza.››

La prima cosa che ho fatto, ficcato il naso in Trans Europa Express, è stata prendere una vecchia cartina dell’Europa orientale. Con la matita ho disegnato un cerchio attorno a Kirkenes, Norvegia. Poi ho cerchiato Istanbul e tirato una linea verticale dalle terre iperboree fino al Bosforo, quindi ho fatto i calcoli: quattromilacinquecentosessantanove chilometri.

Seimila invece sono quelli che mi ha raccontato Paolo Rumiz, triestino di nascita e viaggiatore inesorabile. Trentatré giorni di cammino su treni, corriere, traghetti, chiatte, autostop e a piedi da Capo Nord ai Dardanelli.

Investito da un improvviso brivido di piacere, senza pensare a quello che mi passa per la testa salgo sul primo treno e gli corro dietro. Paolo Rumiz mi mostra subito la mappa, un tracciamento artigianale impresso a pagina venti, e mi dice che vuole fare ‹‹un itinerario borderline dal Mar Glaciale Artico al Mediterraneo, uno slalom gigante fuori e dentro la frontiera orientale dell’Unione europea››. Murmansk, Peter(Burg), Kaliningrad, Vilnius, Varsavia, Leopoli, Odessa e Istanbul le tappe principali.

Io, per il piacere dell’onestà, di quelle terre so poco, anzi niente. E glielo dico. Lui allora mi racconta per filo e per segno le storie del popolo slavo d’Oriente. Mi racconta del ‹‹pescatore di granchi giganti›› e delle ‹‹floride venditrici di panna acida e mirtilli››, del ‹‹pastore di renne in guerra disperata con la Gazprom di Putin››, dello scrittore di nome Lupo ritirato ‹‹in una casa solitaria tra i laghi della profonda Carelia››, di tutti i contrabbandieri e sommergibilisti incrociati, dei ‹‹giovani guardiamarina appena promossi e comandanti di carrette arrugginite nei gelidi mari del Nord››, di quando lungo un fiume ‹‹una vecchia di nome Ljuba con tre caprette al guinzaglio›› gli ha raccontato la sua Genesi del mondo e di quando invece su un treno ha visto ‹‹una folla di donne incollarsi alle cosce pacchi di dvd e sigarette usando lo scotch come giarrettiera››.

Tappa dopo tappa i suoi ‹‹otto taccuini di appunti›› diventano duecento-trentuno pagine mentre noi ci liberiamo di ogni forma di guida, perché ‹‹si viaggia assai meglio chiedendo alla gente››, fino a che con seimila chilometri di storie sotto ai piedi ci ritroviamo sul Podol’skij Ekspress a scendere verso il Mar Nero. Io, lui, lo zaino e i taccuini: sei chili di bagaglio. Prossima fermata Odessa. Destino Istanbul.

Fuori e dentro la frontiera orientale io e Paolo Rumiz continuiamo lo slalom gigante, una per una passiamo tutte le porte sia quelle rosse sia quelle blu anche se il corpo rimane piantato in casa. Confinato un’altra volta non faccio che divorare i suoi racconti e guardare dalla finestra, la neve che si posa sui tetti e quella che imbianca la salvia e il rosmarino. Fuori mi continuano a dire di stare dentro, ma io vorrei solo salire sul primo treno e disegnare cerchi con la matita.

Camere separate

di Giovanni Di Prizito

[…] E spiegò a Thomas che avrebbe voluto, con lui, un rapporto di contiguità, di appartenenza ma non di possesso. […] Che non dovevano temere della loro solitudine, anzi viverla come il frutto più completo del loro amore perché, in fondo, pur nella separatezza, loro si appartenevano e continuavano ad amarsi.

Mi trovavo sul volo Bologna Brindisi intento a terminare Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli, edito per i tipi di Bompiani. In quel tempo tutto era concesso, anche essere con il corpo a dieci mila metri sopra il mare e la mente tra Parigi e Correggio. Io e Leo. La portiera serrata, il corpo agganciato e lui che mi parlava.

Di Thomas, dei suoi immensi occhi neri e di quanto lo avessero perseguitato. Della prima volta che lo aveva visto. Della loro storia vissuta tra attesa, passione, distanza, desiderio e solitudine. Del loro amarsi perdutamente e dei loro viaggi di primavera. Della sua idea malinconica, sognatrice e distaccata dell’amore e di quella di Thomas, così diversa. Troppo.

Thomas voleva altro. Thomas voleva la quotidianità. Thomas voleva la normalità. Leo desiderava una perenne e sottointesa via di fuga. Leo desiderava pensare all’amore come qualcosa di impossibile e necessario. Leo desiderava essere un amante separato come se quell’amore volesse viverlo in un sogno, proteggerlo dal pantano della quotidianità. Come se così facendo, solo così, fosse possibile consegnarlo all’eternità.

Succede però che l’eternità diventi realtà, che la dama nera beffi l’amore e che ci si ritrovi all’improvviso a metà. In uno slancio emotivo da fare luce Leo prese a raccontarmi del viaggio a bordo del ‹‹piccolo aereo in volo tra Parigi e Monaco di Baviera›› verso l’ospedale, verso la fine, verso Thomas che ‹‹ad aspettarlo all’aeroporto con la sua Citroën scassata›› non ci sarebbe stato. Leo prese a raccontarmelo colpendomi dritto allo stomaco, fino a farmi male.

Io allora, asfissiato da quei colpi, alzai per un attimo gli occhi convinto che la mascherina, quella per l’ossigeno, fosse lì. Pronta. Ma l’aereo viaggiava imperturbato mentre io, ammutolito e un poco stordito, in un perverso gioco di apnea e masochismo non facevo altro che continuare a dare ragione alla mia amica Giada, ‹‹Tondelli riesce a darti un pugno nello stomaco e una carezza nello stesso, drammatico, momento.›› Ecco, in quel tempo dove tutto era concesso, di quei pugni e di quelle carezze non riuscivo a farne a meno.