di Alessandra Banfi


“Ancora oggi io ho paura che Rozzano rivendichi il suo dominio, che si riprenda ciò che le spetta. Che sbuchi fuori all’improvviso da qualche parte, dai documenti, dai miei tratti del viso marcati, dalla sciatteria nel vestire e che mi costringa quindi a tornare di nuovo al confino, tra le sue vie coi nomi dei fiori”.

Tutto parte da un luogo – circoscritto, definitivo – brulicante di un’umanità che cerca di rimanere a galla. Un’umanità che si arrangia come può e resta in piedi con quello che ha (a volte poco più di niente).
L’ho sentita anch’io la febbre, a un certo punto del romanzo. A modo mio, per empatia.
Una di quelle febbri che ti sconquassano la pancia e arrivano su, fino alla testa.
Ho sentito la rabbia e la delusione per un destino che ti si appiccica alla pelle e non ti molla. Ma ho sentito anche la voglia di trovare una dimensione nuova, differente, nella quale essere quello che sei e non ciò che gli altri ti chiedono di essere.
Jonathan Bazzi è cresciuto a Rozzano.
Palazzi, cemento, voci sempre pronte a diventare urla o insulti. Mani che colpiscono e graffiano per stabilire gerarchie e confini.
Se non ti adegui sei fuori.
Se non ti allinei sei un perdente, un diverso, uno che non ce la fa.
Ma un bambino può scegliere di restare fedele a se stesso? Può scegliere di non allinearsi?
Jonathan-bambino l’ha fatto. Non si è allineato. Prima con la fantasia, poi, da adulto, rinunciando all’idea di nascondersi. L’ha fatto per strada, seguito dagli insulti di chi lo guardava passare. L’ha fatto a scuola, anche quando le parole faticavano a uscire dalle sue labbra. L’ha fatto dentro casa, nonostante le incomprensioni e i silenzi. Nonostante la noia, la paura, la solitudine. Nonostante tutto.
Ha trovato un altro modo. Un’altra strada, altre persone – compagni di viaggio, compagni di vita.
Febbre è la storia di una resistenza.
La resistenza di chi non sa picchiare, di chi non urla, di chi cerca il bello, di chi sceglie di non schierarsi dalla parte del più forte per convenienza o comodità. Una storia fatta di liti, separazioni e frasi gridate, eppure tra le righe di queste pagine ho trovato una tenerezza che non mi sarei mai aspettata.
Come nelle fiabe, quando fai il tifo per il personaggio lasciato solo o considerato da tutti un inetto, e tu capisci che è un’ingiustizia perché quel personaggio è capace di fare la differenza e la farà, stravolgendo il proprio destino e ribellandosi a un fato deciso dagli altri.
Febbre racconta gli agganci nei quali speri da una vita, quelli buoni. Quelli che ti tirano fuori da un mondo che (forse) non hai mai sentito tuo.
La scuola e il bisogno di essere il più bravo, un paio di amici ai quali puoi raccontare tutto, un amore nuovo. E poi la voglia, sempre e comunque, di non tirarsi indietro, di esprimere tutto te stesso. Anche quando stai male e scopri di essere sieropositivo.

“La malattia fa più paura finché rimane distante: quando ti arriva addosso, tutto diventa più facile”.

Un nuovo punto di vista, una prospettiva che non hai mai considerato, un’esperienza che entra a far parte del tuo orizzonte e scansa ogni desiderio di nascondersi o eclissarsi. 

Mi sono abituato all’idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto.”

La periferia è uno spazio mentale in cui perdersi. Ci si amalgama, ci si annulla e si accetta il ruolo al quale si è predestinati.
La periferia è nella testa delle persone, ai margini delle città, ma anche nelle vie del centro, nei paesi, nelle case perbene di chi si considera sempre nel giusto, nel disprezzo che proviamo verso chi non la pensa come noi, nell’arroganza di chi pretende di essere un gradino più in alto degli altri. La periferia – la realtà – è piena di streghe, orchi e bambini abbandonati nel bosco. Come nelle fiabe. Ma puoi scegliere da che parte stare e puoi scegliere di non tacere. Essere quello che sei senza alzare la voce.
Jonathan ce l’ha fatta.